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Juan D'Arienzo, breve biografia

Note a cura di Pierpaolo Manzi e Francesca Baroncini

Juan D'Arienzo dirige la sua orchestra suonando il tema "Loca"

intervento presentato durante Las noches de los Maestros al Teatro dell'Affratellamento

Juan D'Arienzo - El Rey del Compás
(14/12/1900-14/01/1976)

Nato da immigrati italiani il 14 Dicembre del 1900 nel barrio porteño di Barbanera e morto a B.A. il 14 Gennaio del 1976.
L'appellativo di "El rey del compas" fu una creazione del Principe Cubano Angel Sànchez Carreño, animatore del cabaret Chantecler, dove l'orchestra di D'Arienzo si esibì per più di 15 anni.
Nel 1936 Juan D'Arienzo otteneva successo nel discutibile territorio della popolarità. Aveva appena 35 anni, uno meno di Julio De Caro, stilisticamente posizionato all'altra estremità dell'orizzonte musicale del tango, che era già una stella dal 1924, mentre D'Arienzo comincia a diventarlo solo quando Pablo Osvaldo Valle rileva la nuova stazione radio El Mundo.

Ciò non significa che D'Arienzo fosse in ritardo come musicista di tango. Come quasi tutti i musicisti di quei tempi iniziò a suonare tango fin da ragazzo.
Con Angel D'Agostino al pianoforte, il bandoneonista Ernesto Bianchi (alias Lechuguita) e Ennio Bolognini (fratello di Remo ed Astor) suonò, fin dalla più tenera età, in posti insignificanti. La sua prima performance memorabile, che egli stesso non ricorda molto bene, risale al 1919.
Sempre con D'Agostino al pianoforte, accompagnò Evita Franco, che aveva la sua stessa età, e che cantò splendidi tanghi come Loca, Entrá nomás o Pobre Milonga; suonò il suo violino nella Frederickson Jazz Band e formò un'orchestra con D'Agostino, in cui quest'ultimo, naturalmente, suonava il piano; l'altro violino era Mazzeo; ai bandoneones c'erano Anselmo Aieta ed Ernesto Bianchi, e Juan Puglisi al basso.
Quando D'Agostino se ne andò fu sostituito da Luís Varca, compositore di Compadrón. Questo era il sestetto.

Il 1935 è l'anno chiave nella carriera di D'Arienzo; è l'anno in cui tutti ne ricordano l'apparizione. Avvenne quando nella sua orchestra venne incluso nientemeno che Rodolfo Biagi, un pianista che aveva suonato con Pacho, che aveva accompagnato Gardel in alcune registrazioni, che aveva suonato anche con Juan Guido e Juan Canaro.
D'Arienzo allora si esibiva al Chantecler. L'inclusione di Biagi significò una svolta per i tempi di esecuzione dell'orchestra di D'Arienzo, che lasciò il tempo dei quattro quarti per i due quarti; come dire che "tornò" ai due quarti, il veloce ritmo dei tangos delle origini.
Quando Biagi lasciò l'orchestra nel 1938 per formare la propria, D'Arienzo aveva già identificato definitivamente se stesso con i due quarti. Di fronte al ritmo marziale del Canaro, all'orchestra simile a quella di strada di Francisco Lomuto, ai tentativi sinfonici di De Caro, D'Arienzo contribuì dando una fresca, giovanile e vivace aria al tango. Il tango era stato trasformato un giorno, secondo Discépolo, in un pensiero triste che si balla...
Può essere... La danza era diventata sussidiaria a quel tempo; ma era stata anche spogliata dei testi e dei cantanti, ed ora veniva spogliata anche dagli arrangiamenti.

D'Arienzo restituì il tango ai ballerini e così facendo lo restituì anche all'interesse dei giovani. El Rey del Compás divenne il re del ballo.
D'Arienzo ha reso possibile quel rinascimento del tango chiamato "la década del cuarenta", un decennio che rappresenta per il tango qualcosa come, mutatis mutandis, il Secolo d'Oro ha rappresentato per la Letteratura Spagnola.
Quando D'Arienzo ebbe ottenuto successo con il nuovo ritmo, conquistò i ballerini del Chantecler mentre la stazione radio El Mundo veniva trasmessa in tutto il paese.
A questo punto D'Arienzo cominciò a teorizzare su se stesso.
Nel 1949 D'Arienzo disse:

"Dal mio punto di vista, il tango è, prima di tutto, ritmo, nervo, forza e carattere.
Il tango delle origini, quello della vecchia guardia (Le Pera, Contursi, Discépolo, Solanas, Troilo, Esposito, Gardel, Filiberto, Razzano, Cobiàn, Cadicamo), aveva tutte queste caratteristiche, e noi dobbiamo cercare di non perderle mai. Dal momento in cui le abbiamo perse, alcuni anni fa, il tango argentino è entrato in crisi. Modestie a parte, ho fatto tutto il possibile per far in modo che ritornasse in auge. Secondo me la maggior colpa per il declino del tango è da attribuire ai cantanti. C'è stato un momento in cui l'orchestra di tango non era altro che un mero pretesto per l'esibizionismo del cantante. I musicisti, incluso il direttore, non erano altro che gli accompagnatori di una cosa simile ad una star popolare. Per me questo non deve accadere.
Il tango è anche musica, come già detto. Vorrei aggiungere che è essenzialmente musica. Di conseguenza l'orchestra, che questa musica la suona, non può essere relegata a fare solo da contorno alle luci della ribalta del cantante.
Al contrario la musica è per le orchestre e non per i cantanti.
La voce non è, non dovrebbe essere altro che uno strumento aggiunto dell'orchestra. Sacrificare tutto alla gloria del cantante, alla star, è un errore. Io ho messo l'orchestra in primo piano ed il cantante al suo posto. Inoltre, ho usato come soccorso al tango la sua forza maschile, che era stata persa nel susseguirsi degli eventi. In questo modo nelle mie interpretazioni ho marcato il ritmo, il nervo, la forza e il carattere che si distinguono nel mondo della musica e che erano stati abbandonati. Fortunatamente, questa crisi è stata temporanea, ed oggi il tango ha ripreso quota, il nostro tango, con la vitalità dei tempi migliori. Il mio orgoglio maggiore è di aver contribuito al rinascimento della nostra musica popolare." (Intervista di Andres Munoz a J. D'Arienzo del 1949)

Questo è ciò che ha detto D'Arienzo, attraverso la penna di quel grande giornalista, quel maestro di interviste noto come Andrés Muñoz. Dunque: lo stesso giorno in cui D'Arienzo diceva queste cose, o quasi lo stesso giorno, Aníbal Troilo, con Edmundo Rivero, registrava El Ultimo Organito. In essa il cantante è in primo piano e, nonostante ciò, è puro tango, e non può mancare nelle antologie musicali di maggior successo.
Comunque, anche D'Arienzo ha messo, qualche volta, il cantante in primo piano.

Nel 1975, un mese prima della sua morte, D'Arienzo tornò a teorizzare: "La base della mia orchestra è il piano. Lo credo irrimpiazzabile. Quando il mio pianista, Polito, si ammala, io lo rimpiazzo con Jorge Dragone. Se capita qualcosa anche a lui non ho soluzione. Quindi il quarto violino diventa un elemento vitale. Deve suonare come una viola o un violoncello. Io formo il mio gruppo con il piano, il contrabbasso, cinque violini, cinque bandoneones e tre cantanti. Mai meno elementi. Mi è capitato in alcune registrazioni di impiegare fino a dieci violini."
La cosa certa è che, nel 1975, in piena avanguardia, D'Arienzo continuava a sostenere che "se i musicisti ritorneranno alla purezza dei due quarti, si ravviverà nuovamente il fervore per la nostra musica e, grazie ai moderni mezzi di diffusione, raggiungeremo un'importanza mondiale".
Fino alla fine della sua carriera il compás dell'orchestra trascinava i piedi dei ballerini: la gente lo vedeva gesticolare davanti ai musicisti ed ai cantanti; lo vedeva con simpatia, nutriva una sorta di nostalgia e di burla.

Ed i piedi dei ballerini continuano tutt'ora a farsi conquistare da questa cadenza quando suonano i dischi di D'Arienzo, e la sua figura continua a suscitare grande simpatia.
Se la merita per ciò che ha fatto per il tango dalla metà degli anni '30

 

Juan D'Arienzo